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Non è Gummitch… ma potrebbe esserlo

Gummitch, chi era costui?

Gummitch è il gattino protagonista di un delizioso racconto di Fritz Leiber, pubblicato nel 1958, dal titolo “Space-Time for Springers” e tradotto in italiano come “Spazio-tempo per saltatori”.
(A questo proposito, spero che nessuno reclami i diritti sul nome che sto usando, in caso accadesse dovrò emigrare nuovamente).
Tornando a Gummitch, credo che sia uno dei gatti più famosi della letteratura, tanto egregiamente Leiber lo ha dipinto, da profondo conoscitore e amante dei gatti quale era.
Si potrebbe anche discettare oziosamente sull’etimologia della parola “springer” e perdersi tra glottologia e fantasia immaginando che sì, springer vuol dire “saltatore”, ma Spring è primavera, ed è anche la sorgente, e allora ecco che si può immaginare che il saltare sia anche un inizio, un principio di qualcosa, una proiezione verso il nuovo, il futuro, l’ignoto positivo.
Che questa interpretazione etimologica sia vera o no, non importa. Il fascino delle parole sta in ciò che evocano a volte anche solo con il suono, e nelle associazioni cui danno vita spesso in modo innocente ed inconsapevole. Così, a chi scrive, piace pensare che lo “springer”, il saltatore, sia anche un eterno ‘principiante’, che si tuffa negli eventi con l’entusiasmo e il coraggio incosciente di un gattino, di un Gummitch, appunto.
Perché ho girato molti spazi e molti tempi, per capire che tutti non sono che la stessa cosa: punti che compongono una circolarità nella quale ogni punto è inizio e fine di se stesso e del tutto.